Curva Sud dei tifosi della Roma allo Stadio Olimpico piena di bandiere giallorosse

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1955-1994

Il passo corto del capitano: Agostino Di Bartolomei, la fascia dello scudetto

Il capitano

Rincorsa breve, senza finte, e il pallone in rete. Lanci lunghi che cambiano il senso dell'azione. Punizioni che la gente aspetta trattenendo il fiato. E al braccio la fascia di capitano della Roma campione d'Italia. Agostino Di Bartolomei non aveva scatto, non cercava le telecamere, parlava poco. Eppure, quando gli passavano la palla, tutto sembrava fermarsi ad aspettarlo.

Il ragazzo di Tor Marancia

Nasce a Roma l'8 aprile 1955. Cresce a Tor Marancia e il pallone lo prende sul serio all'oratorio di San Filippo Neri, alla Garbatella, poi all'OMI. Entra nel vivaio della Roma, ne diventa capitano, vince due titoli italiani con la Primavera. Il 22 aprile 1973, a diciotto anni, debutta in Serie A a San Siro, Inter-Roma 0-0. Va a farsi le ossa a Vicenza nel 1975-76, torna, e da lì non si muove più.

Vederlo giocare è una lezione di geometria. I lanci lunghi ribaltano il campo, le punizioni sono un appuntamento, il tiro è fortissimo, e sui rigori basta una rincorsa breve. Liedholm capisce che un giocatore così può comandare da dietro e lo arretra a libero. È lì che Ago diventa il capitano che la memoria dei romanisti custodisce.

La fascia dello scudetto

Con quella fascia al braccio vince lo scudetto del 1983, dopo quarantuno anni di attesa, e tre Coppe Italia. Gioca con la Roma più di trecento partite in undici stagioni. Nella finale di Coppa dei Campioni col Liverpool, all'Olimpico, va sul dischetto e segna il suo rigore, con quel passo corto che è diventato la sua firma.

La sera del 26 giugno 1984 entra in campo all'Olimpico per l'ultima partita con la maglia della Roma. È la finale di ritorno di Coppa Italia col Verona, vinta 1-0, e la coppa la alza lui, da capitano. Quella sera la Sud scrive per lui uno striscione che i romanisti conservano tra le parole più belle mai scritte da una curva, dedicate a un uomo che non aveva mai chiesto niente.

Poi altri campi, sempre con la stessa classe. Segue Liedholm al Milan e ci resta tre stagioni. Poi Cesena, un anno in Serie A. Poi Salerno, in C, dove da capitano riporta la Salernitana in Serie B nel 1990. Lì smette di giocare, ancora una volta con la fascia al braccio.

Quello che ha lasciato

Agostino Di Bartolomei è scomparso il 30 maggio 1994.

A Trigoria il campo A del centro sportivo porta il suo nome dal 2012, con la moglie Marisa, il figlio Luca e i compagni dello scudetto invitati alla cerimonia. Nello stesso anno entra nella Hall of Fame della Roma, nella prima classe, e sempre a Trigoria si gioca un torneo che si chiama come lui.

Poi c'è un libro, Il manuale del calcio. Ago l'aveva scritto per suo figlio ed era rimasto in un cassetto per anni, finché Luca non l'ha fatto uscire. Dentro ci sono le regole del gioco, i consigli ai ragazzi, il rispetto per gli arbitri e per i compagni, dieci suggerimenti, e un principio finale sulla semplicità del calcio.

È il suo autoritratto più fedele. Un uomo capace di cose grandissime le ha fatte sembrare semplici, con la stessa rincorsa breve con cui andava sul dischetto. Quando si dice che un romanista non dimentica, si intende esattamente questo: un capitano, una fascia, uno scudetto, e una curva che quarant'anni dopo continua a portarlo con sé.

Il prossimo raccontoManfredini, Pestrin e la coppa tra le mani di Losi: la prima volta della Roma in Europa

Tutta la nostra storia

Fonti: Gli Eroi del Calcio, 8 aprile 1955 · Gli Eroi del Calcio, Agostino · AS Roma, 26 giugno 1984 · AS Roma, You were the greatest Ago · Corriere dello Sport, il capitano giallorosso · TuttoMercatoWeb, il capitano silenzioso · Blitz Quotidiano, il campo di Trigoria · Avvenire, il decalogo di Ago · Libreriamo, Il manuale del calcio