Bruno Conti, il mancino di Nettuno che incantò Roma e il Mundial
Il numero 7 di Roma e del Mundial
A Nettuno, alla fine degli anni Sessanta, c'era un ragazzino mancino che lanciava una palla da baseball. Aveva debuttato nel massimo campionato nel 1969, e a quindici anni da Santa Monica, in California, qualcuno lo voleva portare negli Stati Uniti. Il padre disse di no. Quel no è uno dei regali più grandi che la Roma abbia mai ricevuto. Da lì nacque il numero 7 giallorosso.
Bruno Conti era nato il 13 marzo 1955 in una città sul mare che chiamano del baseball, e il pallone arrivò dopo, sui campi di Anzio. Fu una strada in salita. Tre società lo scartarono, sempre con lo stesso giudizio: tecnicamente bravo, fisicamente no. Il calcio degli anni Settanta non sapeva ancora che cosa farsene di uno così piccolo. Lui glielo avrebbe insegnato.
Genova, il 7 e lo scudetto
Il 10 febbraio 1974, con Liedholm in panchina, esordì in Serie A contro il Torino, uno 0-0 all'Olimpico. Poi due stagioni in prestito al Genoa, in due riprese, a farsi le ossa. In quella del 1975-76 giocò con Roberto Pruzzo e vinse la Serie B, e Gigi Simoni gli consegnò il numero 7. Il destino, a volte, ha il senso dei particolari: quel compagno di squadra sarebbe diventato il centravanti dello scudetto.
Il mancino di Nettuno giocava a destra, e fu proprio lì, con il piede invertito, che Liedholm lo trasformò in un'arma. Il dribbling fece il resto. Nel 1982-83 Conti fu una delle ragioni per cui la Roma tornò campione d'Italia dopo quarantuno anni. Lo scudetto porta anche la sua firma, scritta di sinistro sulla fascia destra.
Madrid, 11 luglio 1982
Ma l'estate che lo consegnò alla memoria di tutti è quella precedente. In Italia lo conoscevano già; al Mondiale di Spagna il mondo imparò il suo nome. Lo chiamarono MaraZico, unendo in una parola Maradona e Zico. Un ragazzo di Nettuno, dentro un nome così.
La finale si giocò al Bernabéu contro la Germania Ovest. Rossi e Tardelli avevano già segnato quando, all'81', fu Conti a mettere in moto l'azione del terzo gol, quello di Altobelli. Finì 3-1, Italia campione del mondo. E Pelé indicò come migliore del torneo proprio lui, il ragazzo piccolo che tre società avevano scartato. Con la Nazionale chiuse con 47 presenze e 5 gol.
Una vita giallorossa
In giallorosso giocò fino al 1991: oltre quattrocento partite e 47 gol. Le fonti oscillano tra 401 e 402, e a un uomo così una presenza in più o in meno non cambia niente. In bacheca, insieme allo scudetto, cinque Coppe Italia. Il 23 maggio 1991 salutò la sua gente con una festa d'addio.
Poi la cosa più rara di tutte: Conti è rimasto. Ha lavorato per decenni nel settore giovanile e da dirigente, nel 2005 è stato per pochi mesi l'allenatore della prima squadra, portandola fino alla finale di Coppa Italia, e i suoi figli Daniele e Andrea hanno indossato la stessa maglia. È entrato nella Hall of Fame della Roma.
Il ragazzino che doveva partire per l'America non si è mai mosso, se non per quei due anni a Genova. A Nettuno lanciava verso un guantone. A Roma, per mezzo secolo, ha lanciato tutti noi un po' più lontano.
Fonti: Gli Eroi del Calcio, 13 marzo 1955 · Gli Eroi del Calcio, l'esordio del 1974 · Goal, Bruno Conti · AGI, Un gioco da ragazzi · Corriere dello Sport, l'omaggio del 2023 · FIGC, Ricorrenze azzurre · Panorama, Conti a 60 anni · Solocalcio, la finale del 1982 · Forza Italian Football, Bruno Conti · Diretta, Conti si racconta
